Default Argentina

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IL DEFAULT
Negli anni ‘90 il Governo argentino, direttamente o tramite i suoi enti locali, ha emesso numerose obbligazioni (bond) con un rendimento elevato in linea con quello dei titoli emessi dai paesi emergenti.
Le banche iniziarono a collocare i titoli fra i risparmiatori consigliandoli quasi sempre come investimenti sicuri e proficui in quanto emessi da uno Stato sovrano.
In data 14 novembre 2000 l’Argentina ha promulgato la “Ley de emegentia -economico financiera n. 25.344” con la quale è stata dichiarata pubblicamente la situazione di emergenza economico-finanziaria dello Stato.
Nel dicembre 2001 il Governo argentino, a seguito di un rilevante deterioramento delle condizioni macro-economiche del Paese, ha dichiarato la moratoria sul debito dello Stato, congelando il pagamento degli interessi e sospendendo il rimborso del capitale dei propri titoli in scadenza (nel gennaio 2002 si è verificato il primo mancato pagamento di una cedola di un prestito obbligazionario e nel febbraio 2002 il primo mancato rimborso del capitale di un titolo in scadenza).
La crisi dello Stato argentino ha comportato gravi conseguenze in Italia in ragione del gran numero di risparmiatori, circa 430.000 che tramite gli istituti bancari italiani hanno acquistato le obbligazioni che non sono state o non saranno rimborsate alla scadenza.
I titolari di obbligazioni Argentina hanno riportato perdite fino all’80% del capitale investito. Poiché il default ha colpito diversi Stati europei, il Giappone e gli Stati Uniti, incidendo anche sui fondi pensione statunitensi, sono iniziate notevoli pressioni, anche da parte del Fondo Monetario Internazionale, sullo Stato argentino perché affrontasse il problema per onorare i propri impegni economici.
 
LA RISCHIOSITA’ DEI TITOLI EMESSI DALLA REPUBBLICA ARGENTINA
Fin dalla prima me anni ’90 tutte le agenzie di rating hanno sempre giudicato i titoli emessi dalla Repubblica argentina come speculativi. Le banche e gli altri intermediari non potevano pertanto ignorare che si trattasse di titoli ad elevato rischio.
La rischiosità dei titoli argentini era del resto chiaramente esposta nei prospetti di quotazione delle obbligazioni (offering circulars) e, laddove le stesse erano quotate sui mercati regolamentati italiani, nei prospetti informativi depositati presso la Consob. In tali documenti veniva chiaramente specificato che che le obbligazioni argentine erano “adatte solo a investitori speculativi e in condizione di valutare e sostenere rischi speciali” (il carattere “grassetto” era già presente nei prospetti dell’offering circular prodotta).
Negli stessi documenti nella sezione Investment Consideration erano del resto ampiamente illustrati tutti i rischi connessi all’investimento nelle obbligazioni emesse dalla Repubblica Argentina:
“Gli investitori che prendono in considerazione la possibilità di acquistare le obbligazioni dovrebbero basare la loro scelta su un’accurata valutazione dei particolari rischi qui di seguito descritti. L’emittente è un paese che, dopo una crisi di indebitamento durata almeno dieci anni, nel 1993 ha attuato con circa 750 banche creditrici internazionali una rinegoziazione globale della quasi totalità del debito del Settore Pubblico denominato in valuta estera facente capo alle proprie banche commerciali. I crediti delle banche commerciali oggetto della rinegoziazione ammontavano a 28,5 miliardi di dollari U.S.A., inclusi gli interessi arretrati per un valore stimato di 9,2 miliardi di dollari U.S.A.. Nell’ambito della rinegoziazione, le banche creditrici hanno condonato parte dei crediti relativi alla quota capitale e hanno rifinanziato la parte restante accettando titoli parzialmente garantiti con scadenze fino a 30 anni.La rinegoziazione ha ridotto l’importo nominale del debito denominato in valuta estera di circa 2,3 miliardi di dollari U.S.A., riducendo parallelamente il valore attuale netto di circa 5,2 miliardi di dollari U.S.A.Il debito lordo del Settore Pubblico denominato in valuta estera ammontava a 63,5 miliardi di dollari U.S.A. alla fine del 1992, a 64,1 miliardi di dollari U.S.A. alla fine del 1993, a 72,3 miliardi di dollari U.S.A. alla fine del 1994, a 81,2 miliardi di dollari U.S.A. alla fine del 1995, a 88,9 miliardi di dollari U.S.A. alla fine del 1996, a 90,8 miliardi di dollari U.S.A. alla fine del 1997 ed a 103,4 miliardi di dollari U.S.A. al 31 dicembre 1998. […] Sebbene la vulnerabilità dell’Argentina sia diminuita, alcuni rischi permangono.
·                    Esiste un rapporto relativamente elevato (319%) tra il debito lordo del Settore Pubblico denominato in valuta estera e il totale delle esportazioni di beni e servizi del 1997. Sulla base del debito estero totale (incluso il debito del Settore Pubblico e il debito stimato del settore privato), questo rapporto salirebbe a quota 384% nel 1997.
·                    Sono elevati gli obblighi annuali di servizio del debito in valuta estera, che nel 1997 rappresentavano circa il 24,9% delle esportazioni di beni e servizi.
·                    Il fatturato delle esportazioni rappresenta una percentuale relativamente limitata del PIL ed è influenzato dalle fluttuazioni sui mercati delle materie prime; la gamma di prodotti per l’esportazione è tuttora limitata, sebbene in espansione. La prevista recessione del Brasile – il principale partner commerciale dell’Argentina – influirà sull’economia del Paese nel 1999, dato che il 30% delle esportazioni dell’Argentina è assorbito dal mercato brasiliano.
·                    Il deficit delle partite correnti continua ad aumentare in modo rilevante (dal 2,5% del PIL nel 1996 al 4,3% del PIL nel 1997, e al 5,1% del PIL – valore stimato – nel 1998).
·                    Il tasso ufficiale di disoccupazione nell’ottobre 1998 è elevato (12,4% a fronte del 16,1% nel maggio 1997 e del 13,7% nell’ottobre 1997), e non tiene conto della sottodisoccupazione rispettivamente del 13,6%, 13,2% e 13,1%.
[….]
Nell’eventualità in cui l’Argentina subisse un’altra crisi politico-economica, non può esservi garanzia che (i) non ricominci una fuga di capitali causata dal clima di sfiducia, (ii) continuino le necessarie importazioni di capitale, (iii) possa essere mantenuta la parità fissa 1:1 dollaro U.S.A./Peso, (iv) siano onorati gli obblighi di pagamento del debito estero e (v) non si verifichino fallimenti di banche e altre imprese. Il rischio che si materializzi un tale scenario di crisi è aumentato sulla scia del recente fermento registrato in Brasile. [….]
I pagamenti relativi alle obbligazioni e ai titoli emessi dall’Argentina sono stati regolarmente effettuati durante la crisi debitoria degli anni ’80 e sulla scia della crisi del Peso messicano (1994/95). In ogni caso, tale circostanza non garantisce che, in un’eventuale crisi debitoria futura, i pagamenti relativi alle obbligazioni e ai titoli circolanti dell’Argentina possano essere effettuati con altrettanta regolarità. La struttura del debito estero dell’Argentina, modificatasi a seguito della rinegoziazione – la quota di obbligazioni e titoli del debito estero è notevolmente aumentata –, crea una forte possibilità che anche il pagamento dei titoli e delle obbligazioni in valuta estera emessi dall’Argentina possa subire ripercussioni negative se si verificassero seri problemi in relazione ai pagamenti esteri dell’Argentina e/o al budget. Pertanto le obbligazioni sono adatte unicamente ad investitori speculativi ed in condizione di valutare e sostenere rischi speciali.
Anche la giurisprudenza pronunciatasi recentemente sulle operazioni di negoziazione dei titoli argentini ha avuto modo di sottolineare come gli stessi, già ben prima del default,dovessero essere considerati ad alto rischio.
 
LA RINEGOZIAZIONE DEL DEBITO, LA TFA E L’ARBITRATO ISCISD
Lo Stato argentino nel 2005 ha offerto ai possessori di obbligazioni una rinegoziazione del debito attraverso la conversione delle obbligazioni in nuovi titoli obbligazionari a lunga scadenza. Solo un terzo dei risparmiatori italiani coinvolti hanno aderito alla conversione (il controvalore dei titoli scambiati, pur con alcune oscillazioni, si è assestato in questi anni all’incirca tra il 50% ed il 60% del capitale investito, mentre i vecchi titoli sono stati valorizzati tra il 20% e il 30% del valore nominale).
L’adesione all’offerta di scambio non comporta alcuna rinuncia all’esercizio dell’azione nei confronti della banca che ha negoziato i titoli.
L’Associazione Bancaria Italiana (ABI) per tenere buoni i risparmiatori ha costituito la Task Force Argentina (TFA) che, dopo aver tentato invano di negoziare la ristrutturazione del debito con la Repubblica Argentina, ha sconsigliato di aderire all’offerta di scambio del 2005, danneggiando ulteriormente gli investitori.
Alla fine del 2006 è stata accolta la richiesta di arbitrato promossa dalla TFA. Coloro che hanno aderito alla richiesta di arbitrato hanno dovuto vincolare le obbligazioni in loro possesso e impegnarsi a non avviare o a sospendere ogni azione giudiziaria nei confronti della propria banca. Anche chi ha aderito all’arbitrato ICSID può agire nei confronti della propria banca previa revoca del mandato conferito alla TFA
A oggi tutte le azioni intraprese dalla TFA non hanno portato alcun risultato utile e tangibile per gli investitori.

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