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Congresso Nazionale 16/17 SETTEMBRE 2016 – ROMA

INDIRIZZI PROGRAMMATICI SUL PROGETTO ASSOCIATIVO 2016-2020

 

Linee generali

 

"Il debito rappresenta lo shock necessario a far diventare politicamente inevitabile tutto ciò che è socialmente inaccettabile"
Milton Friedman

Gli ingenui cambiarono il mondo perché non sapevano che era impossibile
Bertrand Russel

1. Il consumerismo italiano dal 1998 ad oggi: la tutela dell’offerta (concorrenza, prezzi e trasparenza) ed il sostegno alle politiche liberiste

Il consumerismo italiano organizzato in forma associativa, dal 1998 con la legge 281 e ancor più dal 2005 con il Codice del Consumo, è stato riconosciuto nelle sue funzioni di rappresentanza, tutela e informazione in maniera formale e strutturata; si è rafforzato, fino ad assumere un ruolo di rilievo istituzionale nel dibattito economico e sociale.
Sempre più le associazioni di consumatori sono chiamate dalle istituzioni europee, nazionali e locali a dare pareri, formulare proposte, esaminare articolati legislativi e regolamentari.
Il codice del consumo ha segnato un momento fondamentale nella storia del consumerismo italiano, e può dirsi sia stato il punto d’approdo di un modello basato principalmente sulla tutela della concorrenza, dei prezzi, della trasparenza e, in parte, dell’equità nei rapporti contrattuali. Gli importanti strumenti di tutela (individuale e collettiva) hanno permesso una reazione a pratiche vessatorie, scorrete o ingannevoli.
Le associazioni si sono adattate a questa impostazione e nei limiti delle risorse a disposizione hanno svolto e svolgono un enorme lavoro di tutela, soprattutto a livello territoriale: centinaia di migliaia di persone all’anno trovano soluzione alle proprie controversie di consumo tramite l’attività degli sportelli delle associazioni.

Spesso le associazioni hanno accettato in modo del tutto acritico il ruolo di difensori ‘della borsa della spesa dal caro prezzi’, delegando, come sembrava costituzionalmente corretto, alla politica elettiva le scelte rispetto alle politiche economiche, sociali e fiscali.
In tale contesto non si è tenuto conto che la maggior parte dei partiti si erano ormai appiattiti sulle politiche neoliberiste, perdendo una propria visione politica e economica della società, mettendo in cantina ogni proposito di continuare, come nei decenni precedenti, l’opera di attuazione dei diritti costituzionali economici dei cittadini.
In assenza di politiche economiche strategiche nazionali, la globalizzazione non governata ha eroso sovranità agli stati sovrani. Una trentina di imprese multinazionali e più di 7.000 organizzazioni intergovernative (nel 1981 ad esempio erano 1.039) con i loro trattati, regolamenti, standard, memorandum, in assenza di un ordinamento giuridico democratico globale, si sono sostituiti agli stati nazionali tanto a da potersi affermare Indirizzi programmatici - Linee Generali - Documento approvato dal Congresso Nazionale dei delegati Roma, 16/17 settembre 2016 2 che pressoché ogni attività dell’uomo è sottoposta ormai a qualche forma di disciplina ultrastatale’, (Sabino Cassese ‘Chi governa il mondo?’, il Mulino).

Gli ultimi decenni hanno segnato una brusca interruzione del percorso politico di attuazione dei diritti economici e di cittadinanza sanciti nella Dichiarazione universale dei diritti umani, ed un allontanamento dal principio costituzionale per cui l’attività economica non deve svolgersi ‘in contrasto con l’utilità sociale o in modo da arrecare danno alla sicurezza, alla libertà e alla dignità umana’ (art. 41 Cost.).

Anche le associazioni di consumatori hanno finito per appiattirsi sul pensiero economico dominante, guardando con sempre crescente entusiasmo e acriticità alle liberalizzazioni dei mercati, alle privatizzazioni, alla deregolamentazione dei mercati finanziari.

E’ necessario focalizzare l’attenzione su alcuni dati che mettono in luce lo stato nel quale versa l’attuale sistema capitalistico, dai quali partire per ricalibrare il ‘senso’ del nostro stare insieme e del nostro agire per capire in che direzione andare e quali priorità segnare nella nostra agenda.

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2. Il capitalismo finanziario e la crescita delle diseguaglianze: il contesto di riferimento

Nel 2015, le famiglie residenti in Italia in condizione di povertà assoluta possono essere stimate in 1 milione e 582 mila e gli individui in 4 milioni e 598 mila, il numero più alto dal 2005 a oggi (cfr. Istat, La povertà in Italia, luglio 2016).
Lo 0.1% più ricco del pianeta, 4,5 milioni su 4,5 miliardi, possiede un patrimonio netto medio stimato in 10 milioni di euro, pari a 200 volte il patrimonio medio mondiale, corrispondente al 20% del patrimonio totale. L’1% più ricco, 45 milioni di persone, possiede un patrimonio medio dell’ordine di 3 milioni di euro, pari a 50 volte il patrimonio medio (Piketty, Il Capitale nel XXI secolo, Milano, 2014, 677).
Il trend verificatosi negli Stati Uniti ed in corso in Europa dall’inizio degli anni 80 ad oggi vede una crescita del reddito del millile superiore (lo 0,1% della popolazione) che negli Stati Uniti è passato negli ultimi tre decenni dal 2% al 10% del reddito complessivo, con una crescita senza precedenti; in alcuni paesi europei quali la Francia e la Germania in cui l’incremento è quasi raddoppiato, passando dall’1,5% al 2.5% (Piketty, 488).
Negli ultimi 30 anni la quota dei salari nei 15 paesi Ocse è diminuita in media di 10 punti tra il 1976 e il 2006 scendendo dal 67 al 57% circa. In Italia tale diminuzione è stata ancora più accentuata ed ha raggiunto i 15 punti percentuali (Ocse, Croissance et inégaliteés, Paris, 2008, 38); si tratta di uno spostamento patrimoniale dai lavoratori italiani, ovvero dal cittadino consumatore, ai detentori di ricchezza mobiliare ed immobiliare di circa 240 miliardi (Gallino, Il colpo di stato di banche e governi, 2013, 53).
Un recente rapporto della società di consulenza McKinsey ("Poorer than their parents? A new perspective on income inequality), ha evidenziato che nei 25 paesi più ricchi del pianeta, fra il 65% e il 70% della popolazione -tra 540 e 580 milioni di persone- si ritrova al termine del decennio con redditi fermi o addirittura in calo rispetto al punto di partenza. L’Italia, che ha il primato, raggiunge il 97%.
Tra il 1993 e il 2005, per esempio, solo il 2% della popolazione aveva subito un arretramento simile nelle condizioni di vita. Il rapporto McKinsey conclude affermando che senza interventi pubblici, anche in caso di ripresa economica dal 30% al 40% della popolazione non godrà di un aumento dei redditi. L’unica eccezione a questo trend pare la Svezia ove, grazie all’intervento dello Stato a sostegno dell’occupazione, solo il 20% della popolazione non ha visto un incremento dei propri redditi (Rampini, Equità, welfare e Keynes: la ricetta della Svezia dove solo il 2% è diventato più povero, Repubblica, 16 agosto 2016).

Alcuni recenti studi economici hanno messo bene in luce le cause della situazione in cui si trova oggi il sistema capitalistico.
Una volta esauriti gli effetti che hanno sostenuto gli elevati livelli di crescita del secondo dopoguerra del novecento (ricostruzione conseguente alle guerre e diffusione del consumo di massa di beni durevoli), la stagnazione o comunque la crescita economica lenta ha fatto sì che il tasso di rendimento del capitale (ovvero il rendimento annuo del capitale detenuto sotto forma di profitti, dividendi, interessi, affitti e altri redditi da capitale, storicamente intorno al 5%) sia stato superiore al tasso di crescita del reddito e del Indirizzi programmatici - Linee Generali - Documento approvato dal Congresso Nazionale dei delegati Roma, 16/17 settembre 2016 3 prodotto. La prevalenza dell’eredità rispetto ai patrimoni guadagnati nel corso della vita (e quindi delle condizioni di partenza più che del merito) ha visto in Europa il rapporto tra capitale e reddito passare da 2-3 volte negli anni ’70 a 5-6 nel 2010. Una ricapitalizzazione dei patrimoni ereditati di 5-6 volte superiore alla produzione dei redditi è elemento strutturale destinato a far esplodere esponenzialmente le diseguaglianze (Piketty, op. cit., 49).
A patire dagli anni ’80 la crisi del modello produttivista e la stagnazione della domanda di beni e servizi hanno dato il via alla finanziarizzazione dell’economia che ha ulteriormente incrementato le diseguaglianze. La globalizzazione dei mercati, la continua creazione di danaro ad opera del sistema bancario, i derivati e le scommesse, anche su beni primari di prima necessità quali riso, mais, grano hanno contribuito in maniera decisiva alla creazione di un sistema instabile del tutto slegato dall’economia reale. I grandi gruppi bancari e finanziari hanno raggiunto dimensioni smisurate sia come ammontare degli attivi, sia rispetto al rapporto con il Pil del Paese di provenienza. Nel 2011 nell’UE si contavano 9 gruppi con attivi superiori al trilione di euro. Otto banche avevano attivi superiori al Pil del loro Paese. La Deutsche Bank, da sola, registrava attivi pari al 17% del Pil aggregato della UE: 2,2 trilioni di euro (cfr. Gallino, Il colpo di stato, 301).

I salvataggi delle banche da parte degli Stati nazionali (a cui, tra i pochi, ha fatto eccezione l’Italia) si è trasformata immediatamente in debito pubblico. All’aumento del debito è pilatescamente e immediatamente seguita una politica europea di austerità finalizzata a una sua riduzione (sotto il ricatto delle agenzie di rating e dei vari spread) con i conseguenti tagli alla spesa e lo smantellamento di parte dello stato sociale. Tutto questo è andato in scena in Europa a partire dal 2010, ed ha ulteriormente accentuato l’impoverimento di ampi strati della popolazione: in Italia all’inizio del 2015 la disoccupazione ha raggiunto il 13% con picchi vergognosi nelle fasce giovanili, i lavoratori precari sono saliti a 3-4 milioni, le persone in stato di povertà hanno raggiunto i 6 milioni. Nonostante tutto questo il debito pubblico ha superato il 130 per cento del PIL e le risorse che potrebbero essere destinate a migliorare la qualità di vita dei cittadini (sanità, istruzione, pensioni adeguate, occupazione, investimenti pubblici strategici) sono sempre più utilizzate per il pagamento degli interessi del debito pubblico.

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3. Sostenere la domanda ed i redditi e contrastare le diseguaglianze quali politiche di tutela del consumatore

Un’associazione che voglia tutelare i consumatori non può ignorare tale contesto: tutelare il consumatore significa a nostro avviso assicurare la cittadinanza economica e sociale del cittadino a partire dalla tutela di eque condizioni reddituali.
Recenti analisi economiche concordano nel sottolineare che l’attuale sistema, con risultati paradossali, ha provocato il depauperamento non solo degli strati più poveri della popolazione, ma anche delle classi medie. La conseguenza è stata l’esplosione di macroscopiche diseguaglianze che hanno determinato una riduzione dei salari e la concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi o pochissimi super ricchi. Risultato ‘catastrofista’ in quanto la riduzione della domanda aggregata di beni e servizi, e la conseguente stagnazione economica, hanno causato livelli elevatissimi di disoccupazione ed un complessivo impoverimento della classe media che vede oggi compromessi fondamentali diritti sociali e democratici quali una corretta alimentazione, le cure sanitarie odontoiatriche, l’istruzione, le prestazioni previdenziali. Sono risultati paradossali che si ritorcono contro lo stesso sistema capitalistico che, con il diminuire dei redditi e della domanda, è destinato a non trovare una via d’uscita dalla stagnazione, dalla recessione e dalla povertà.
In questo contesto riteniamo necessario rivedere le priorità e le modalità del nostro agire, rispetto ai doveri e alle funzioni fondanti un’associazione di consumatori: rappresentanza, tutela, educazione e informazione dei consumatori. Oggi la figura del consumatore quale destinatario di beni e servizi con le sue conseguenti forme di tutela incentrate nell’assicurare la concorrenza dei mercati, la trasparenza e l’informazione perde in parte rilievo e importanza.
La nostra associazione deve predere atto del percorso di arretramento dei diritti economici e fare propria la missione di curare la piena attuazione dei diritti civili economici nel mercato, come presupposto per la diminuzione delle diseguaglianze e per l’affermazione di pari diritti di cittadinanza economica e del principio di legalità anche sulla globalizzazione economica.

Indirizzi programmatici - Linee Generali - Documento approvato dal Congresso Nazionale dei delegati Roma, 16/17 settembre 2016 4 Se riteniamo superato il modello consumeristico incentrato sulla protezione del consumatore quale destinatario di condizioni dell’offerta e che si debba per forza riorientarsi sulla domanda, e quindi sulle condizioni economiche sociali del cittadino, non potranno più trovarci indifferenti le politiche fiscali, sociali, del lavoro e dei redditi. Tali politiche, fino ad oggi reputate, a torto o ragione, di competenza di ‘altri’, divengono invece fondamentali per imboccare la strada di uscita da una crisi di domanda aggregata come quella attuale.
E’ un lavoro che dobbiamo inventarci quasi da zero, ma la sfida è trovare il modo di tutelare questi diritti sociali economici, limitarci a svolgere la nostra ‘attività storica’ sarebbe come lavorare sulle ‘cornicette’ al fondo di una pagina bianca.
Le leggi del mercato, come abbiamo visto, di per sé non rappresentano uno strumento per il perseguimento dell’interesse generale, così come, di per sé, non rappresentano uno strumento redistributivo che porti equità sociale e miglioramento delle condizioni di vita sociale se non fortemente governate e indirizzate da chiare politiche economiche pubbliche.

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4. Risvegliare le coscienze nel sonno della politica è ancora possibile?

La crescita delle diseguaglianze e la tentacolare occupazione della società da parte del pensiero neoliberista ha provocato, nei decenni, un aumento dei populismi, delle paure collettive (come il caso dei migranti) e una crescente disaffezione verso le istituzioni democratiche, i partiti politici, fino a far perdere la fiducia che il vivere civile possa tornare a essere regolamentato e indirizzato al benessere generale e che la democrazia possa regolare e dirigere il capitalismo. L’affluenza alle urne, in calo costante, testimonia che il diritto al voto è percepito come ‘utile’ ormai da circa un elettore su due. Ed il gioco è fatto, la scarsa partecipazione, nutrita anche da una bassa qualità dell’informazione, alimentano il vortice dei populismi e integralismi vari, nel mentre lo 0,1% della popolazione mondiale, i super-ricchi, detiene risorse, influenze politiche ad ogni livello per impedire ogni cambiamento dello status quo e la riduzione delle diseguaglianze.
Pensiamo che oggi, il compito di un’associazione di consumatori che prende atto di questa scenario sia quello di tornare a fare cultura democratica nei confronti dei cittadini e fare advocacy nei confronti dei politici e dei loro partiti e dei decisori a favore dei diritti collettivi economici dei cittadini, richiamandoli propri doveri di ‘regolatori politici’.
Da dove partire? Dobbiamo partire da quello che già abbiamo e facciamo, dalla voce diretta dei cittadini che denunciano quotidianamente continue ‘spoliazioni’ economiche. Partendo dai casi concreti delle persone che ogni giorno si recano ai nostri sportelli dobbiamo imparare a fornire un’informazione organizzata che smascheri le tecniche di governo del consenso utilizzate per influire sul comportamento dei cittadini ‘mediante l’imposizione sia nella pratica delle organizzazioni, di qualsiasi genere e dimensioni, anche minime, sia nella condotta dell’esistenza individuale dei modelli di gestione dell’impresa’ (L. Gallino, Finanzcapitalismo).
Dobbiamo agevolare il percorso di conoscenza e comprensione dell’attuale modello capitalistico, mostrandone la sua reale brutalità e ingiustizia, al maggior numero di cittadini possibile. Svegliare le coscienze, far sapere che stiamo lavorando per questo, recuperando il nostro ruolo di ‘ente morale’. Offrire ai cittadini senso e fiducia aiutandoli a liberarsi dell’ideologia neoliberale, ‘portandoli’ nella schiera di coloro che credono che un’alternativa sia possibile.
E’ un’attività culturale che molti hanno già intrapreso, spesso su base volontaristica individuale (accademici, blogger, ecc.) a cui dobbiamo affiancarci con umiltà e rispetto, portando il contributo collettivo della nostra specificità, delle nostre competenze, dei nostri strumenti di comunicazione.
Dobbiamo lavorare per decostruire quell’immaginario economico che ci ha ipnotizzati e anestetizzati rendendo possibile un fenomeno di assoggettamento psicologico di massa. Dobbiamo promuovere la partecipazione diffusa alle scelte pubbliche, come strumento per creare massa critica in grado di influenzare le politiche nazionali e il loro ruolo nelle organizzazioni governative internazionali. Dobbiamo aiutare i consumatori a bonificare le proprie vite anche dagli effetti ‘in eccesso’ di questo sistema, dal consumismo inteso come la soddisfazione del superfluo ‘aspirazionale’ di ciò che si acquista più per ‘status relazionale’ che per bisogno e dal consumismo inteso come ‘politica dell’avere’. Bisogna contribuire a costruire un immaginario collettivo diverso, fondato sulla legalità, sul merito e sull’equità, orientato al perseguimento di interessi generali.

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5. Non sarà facile, ma non saremo da soli

Non sarà facile. L’ideologia neoliberale per quanto in “caduta libera” è ancora dominante sia tra gli economisti sia tra i politici inchinati acriticamente alla “mano invisibile del mercato”. Il sistema finanziario governa masse di denaro tali da poter influenzare, dirigere e ‘occupare’ le politiche pubbliche, indirizzare le leggi di bilancio, parte della ricerca scientifica, gran parte dei mass media, rendendo impotente ogni progetto di riforma che esca dal mainstream e dalla protezione dello stato di fatto.
Non sarà facile perché sono ormai troppi anni che nessuno “disturba il manovratore”, sono troppi anni che le commistioni tra pubblico e privato, tra regolati e regolatori, hanno consolidato una classe dirigente mondiale in eterno conflitto di interesse.
Quello che sappiamo però e che non saremo soli, non possiamo agire da soli. Non saremo soli in primo luogo perché vogliamo far crescere il numero dei nostri associati, chiamando i cittadini a capire e condividere la nostra battaglia culturale per la riduzione delle diseguaglianze, per la democrazia economica e per l’equità.
Non saremo soli soprattutto però perché lavoreremo in rete, scegliendo la condivisione come opzione strategica. Dovremo mettere a disposizione le nostre energie, conoscenze e azioni con tutte quelle realtà del terzo settore e con tutti quei singoli cittadini, professionisti, esperti e accademici che stanno già lavorando nella stessa direzione. Ognuno con le proprie specificità, i propri ‘angoli visuali’, ma tutti accomunati dal non rassegnarsi al ‘TINA –THERE IN NO ALTERNATIVE’. Bisogna aggregare trasversalmente le competenze e gli sforzi su chiare e concrete battaglie contro l’ingiustizia collettiva quotidiana.
La nostra principale ‘platea’ è quella degli “esclusi”, quel 99% di persone che non contano nulla, che non fanno parte del ‘sistema’. Non sono pochi, dobbiamo trovare il modo di ‘animarli’, unirli.
L’associazione deve mettersi in rete, come abbiamo iniziato a fare negli ultimi due anni aderendo a importanti campagne con diverse organizzazioni no profit (ambientaliste, altermondialiste, sindacali, ONG). La campagna ‘STOP TTIP’ e la Task Force NO-OGM sono stati, due esempi di eccellenze di coordinamento di realtà associative, accomunate dal tentativo di creare un contrappeso democratico allo strapotere delle grandi imprese multinazionali nell’interesse della maggioranza dei cittadini odierni e futuri. Abbiamo unito le forze per ottenere regolamentazioni serie ed efficaci, limiti alle liberalizzazioni e un commercio orientato a creare valore e ad uno sviluppo davvero sostenibile.
In questo stesso modo stiamo operando, insieme ad es. a Trasparency Italia, Riparte il Futuro, Action Aid e molti altri anche con la campagna ‘SAI CHI VOTI’, diretta ad ottenere trasparenza nelle nomine delle aziende partecipate dagli enti locali che gestiscono i servizi pubblici.
Il modello delle rete, in cui si uniscono competenze trasversali e si ottimizzano le risorse, deve divenire il nostro principale modello di azione. Dobbiamo utilizzarlo per strappare metro per metro spazi di reale democrazia, senso della misura e del decoro, in primis delle istituzioni democratiche.
Noi ci siamo!

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6. Alcune proposte per riportare l’economica al servizio della società democratica.

Tra le principali battaglie/campagne su cui vorremmo focalizzarci approfondendo e studiando e mettendo in atto apposite attività di lobby e di rappresentanza evidenziamo:

a. Lo Stato nell’economia: rilanciare gli investimenti pubblici e porre freno al neoliberismo.
Per uscire dalla situazione di stagnazione economica mondiale e puntare alla piena occupazione sono necessari piani di investimento pubblici che rilancino l’occupazione. Bisogna selezionare gli investimenti pubblici sulla base dei rendimenti attesi dai coefficienti di sviluppo, nel breve, ma soprattutto nel medio e lungo periodo, per porre rimedio al dissesto idrogeologico, per adottare misure antisismiche, migliorare l’efficienza energetica degli edifici pubblici, potenziare la produzione di energie rinnovabili, intervenendo straordinariamente sulla messa in sicurezza degli acquedotti. Questi sono solo alcuni degli ambiti nei quali si possono coniugare crescita economica, tutela dell’ambiente e della sicurezza dei cittadini. 

b. Legalità fiscale un fisco più giusto

b.1. Introduzione di un’imposta comune, almeno europea, sui redditi di impresa. Almeno a livello europeo, è necessario adottare una base imponibile comune sui redditi delle grandi imprese multinazionali che imponga di pagare le tasse nei paesi in cui sono generati i profitti. Bisogna porre fine al ‘TAX RULING’, e a ogni accordo tra Stati ed imprese che legittimi l’evasione in nome dell’attrazione degli investimenti. Il recente caso Apple, con la condanna della commissione UE, accende una speranza in tal senso.

b.2. Un’imposta mondiale sui patrimoni. L’individuazione delle risorse necessarie per assicurare i diritti sociali e per finanziare i grandi piani di investimento e di rilancio dell’occupazione non può non partire dalla necessità di redistribuire le ricchezze e ridurre le gravi diseguaglianze che caratterizzano tutte le società e che sembrano destinate ad aumentare esponenzialmente. L’introduzione di una tassa globale (o quantomeno europea) di natura progressiva sui patrimoni, quale quella proposta dall’economista francese Thomas Piketty, unita ad una lotta senza confini ai paradisi fiscali, può finanziare gli investimenti ed il sostegno della domanda interna.

b.3. Super tasse per i super ricchi
L’imposizione fiscale, ed in particolare quella sui redditi, deve arrivare a rendere sconvenienti i guadagni smisurati. I guadagni annui milionari devono avere una tassazione progressivamente crescente che non può vedere quale scaglione massimo la soglia di 75.000 euro. Non si possono tassare in egual misura i redditi e che raggiungono i 100.00 euro e quelli che superano il milione di euro. Lo stato dovrebbe individuare un limite oltre il quale la tassazione fiscale possa arrivare fino al 80-90% del reddito. Tale sistema, presente negli Stati Uniti fino alla fine degli anni ’70, oltre a segnare un limite all’avidità umana, disincentiverebbe l’assunzione di rischi spropositati e la finanziarizzazione delle imprese produttive, non rendendo più individualmente conveniente la speculazione e l’allontanamento dall’economia reale.

b.4. Togliere acqua alle mafie e aumentare l’area di consumo soggetta a tassazione. Riteniamo sia l’ora di legalizzare alcuni mercati come quello delle droghe leggere sottraendo risorse alle mafie e introitando significative entrate fiscali.

c. L’economia al servizio della democrazia: vietare le Slindig doors.

Presupposto fondamentale per la riaffermazione di un sistema democratico effettivo è l’eliminazione delle commistioni tra pubblico e privato, regolati e regolatori. Agli alti managers o ai consulenti delle grandi imprese deve essere vietato ricoprire ogni incarico pubblico nei governi, nella pubblica amministrazione e nelle agenzie o autorità indipendenti e di controllo sia a livello nazionale, sia europeo. E’ necessaria una nuova classe di politici e di funzionari pubblici indipendenti dai grandi gruppi privati, specialmente bancari e finanziari. Solo per fare alcuni recenti ed eclatanti esempi si possono ricordare gli incarichi riconosciuti da Golden Sachs a politici di primo livello quali Barroso e Mario Draghi.

d. Riformare le banche e la finanza.

d.1. Ridurre le dimensioni del sistema finanziario e delle banche
Le dimensioni attuali di molte gruppi bancari non sono più accettabili non solo perché il fallimento di un grande colosso può divenire impresa quasi impossibile anche per uno Stato sovrano, ma anche perché entità private di dimensioni spropositate possono esercitare pressioni sui governi ed un’influenza idonei a minare alla radice i principi basilari delle democrazie moderne.

d.2. La separazione delle banche commerciali e delle banche di investimento
E’ necessario superare il modello della banca universale e ritornare alla separazione tra le attività di raccolta dei depositi ed erogazione del credito alle famiglie ed alle imprese, da un lato, e le attività di investimento per conto proprio o di terzi, dall’altro. I numerosi scandali finanziari che si sono susseguiti Indirizzi programmatici - Linee Generali - Documento approvato dal Congresso Nazionale dei delegati Roma, 16/17 settembre 2016 7 dai primi anni 2000 e la stessa crisi finanziaria scoppiata con il 2008 hanno ben posto in evidenza tutti i rischi ed i limiti della banca universale. I rischi derivanti dagli investimenti speculativi possono estendersi ai depositanti della banca, mettendone a rischio i risparmi e creando un sistema sociale instabile e destinato al caos. La Banca universale, per sua natura propensa al gigantismo, si è inoltre rivelata la culla delle principali situazioni di conflitto di interessi, altamente dannose per i piccoli risparmiatori italiani. Il passaggio dal sistema di salvataggio pubblico delle banche al bail-in, che vede oggi il concorso di azionisti, obbligazionisti e depositanti, impone con ancor maggior urgenza la riduzione dei rischi congeniti alla banca universale.

d.3. Regolare i derivati
E’ necessario porre freno alla sottoscrizione di contratti derivati puramente speculativi, ed in particolare vietare la loro sottoscrizione da parte di chi non sia titolare del sottostante, specialmente qualora si tratti delle grandi materie prime di cui l’umanità si nutre.

d. 4 Vietare il self selling degli strumenti finanziari
La storia degli scandali italiani è costellata dall’endemico conflitto di interessi nella vendita degli strumenti finanziari. Gli obblighi di trasparenza e di informazione per la gestione dei conflitti di interesse, congeniti al modello della banca universale, si sono rivelati del tutti inidonei ad approntare adeguati strumenti di tutela dei piccoli risparmiatori. Dopo i casi Cirio e Parmalat il conflitto di interessi è nuovamente riemerso nel collocamento di azioni e obbligazioni delle quattro banche sottoposte alle procedure di risoluzione delle crisi (bail-in) e delle note popolari venete. Riteniamo sia necessario (i) imporre a tutti gli intermediari il divieto di vendere ai clienti al dettaglio prodotti finanziari emessi o collocati sul mercato da società appartenenti al medesimo gruppo e (ii) vietare ogni forma di remunerazione variabile connessa ai risultati del collocamento di strumenti finanziari nei confronti dei clienti al dettaglio. Solo specifici e severi divieti ed un ruolo di regolazione forte dello Stato possono consentire di evitare il ripetersi delle oramai continue vicende del risparmio tradito.

d. 5. Il sovraindebitamento e la riforma della legge sull’usura
Il costo del credito ai consumatori ha raggiunto livelli troppo elevati, paradossalmente proporzionali allo stato di necessità e di difficoltà in cui il consumatore si trova. Tale constatazione, risulta evidente se guardiamo alla cessione del quinto e agli affidamenti mediante le carte di credito revolving, contratti ai quali ricorrono gli strati più deboli della popolazione che spesso non hanno altre possibilità per accedere al credito.
Il prezzo dei contratti di cessione del quinto dello stipendio rende del tutto evidente il fallimento delle dinamiche di mercato ed anche della concorrenza.
La cessione del quinto è forma di concessione del credito altamente garantita e di immediata realizzazione per il creditore. In un mercato effettivamente concorrenziale la cessione del quinto dovrebbe avere un costo medio ben diverso da quello attuale. E’ evidente che in presenza di un costo del denaro negativo per gli intermediari, una soglia d’usura del 19.2% sulle cessioni del quinto superiori ai 5000 euro sia il frutto di un sistema certamente non competitivo.
I tassi attuali sono infatti determinati con un appiattimento più sull’utilità marginale del finanziato che sul “costo di produzione” del finanziatore, come risulta anche dalla vicinanza tra i tassi medi per i prestiti personali non garantiti (16,8 e 17,3%) e quelli con la cessione del quinto garantiti (17,4 per i prestiti oltre i 5.000 € e 19,2 al di sotto di tale soglia).
Lo spread che si somma al tasso medio rilevato rappresenta il corrispettivo del rischio che il finanziatore si assume con riferimento ad uno specifico debitore. Nei prestiti garantiti dalla cessione dello stipendio il rischio specifico è pressoché inesistente, stante la copertura assicurativa obbligatoria per i casi di morte, perdita del lavoro, inadempimento, etc.
In questo contesto riteniamo necessari specifici incentivi per orientare il tasso soglia a rimanere il più possibile prossimo al tasso medio rilevato. Considerato il fallimento delle libere dinamiche di mercato, dovrà essere il legislatore a stabilire una deroga all’attuale disciplina dell’usura prevedendo un tasso soglia speciale, e più contenuto, per i contratti di prestito con cessione del quinto, delegazione o qualsivoglia forma che renda indisponibile una quota del reddito o della pensione.

e. Concessioni pubbliche, servizi pubblici locali e servizio universale

e.1. Bloccare le rendite, gli aiuti di stato nascosti alle aziende concessionarie. Dobbiamo vigilare e ottenere che le risorse pubbliche non finiscano per creare delle rendite oligopolistiche (o ‘welfare aziendale’ come le definisce Stigliz) a favore di poche grandi imprese e a discapito della collettività (ad es. nelle concessioni delle fonti di acque minerali come in quelle per lo sfruttamento di cave e miniere) proponendo che tutte le concessioni dello Stato, delle Regioni e degli enti locali che non siano particolarmente remunerative vengano portate a equità.

e.2. Lottare per preservare i servizi pubblici locali. I servizi locali di cui i comuni e le regioni hanno la titolarità sono parte del nostro welfare inteso come corrispettivo della fiscalità generale. Sono anni che i privati vogliono ‘sbranarsi’ solo la parte dei servizi pubblici locali redditizi, smantellando i lotti che non rendono. Sono anni che questi servizi, subiscono continui tagli nei trasferimenti statali. Si parla sempre più di privatizzazione, dimenticando che non sempre tali servizi possono stare sul mercato e che la loro permanenza è la contropartita di ‘welfare’ di una fiscalità generale molto elevata. Piuttosto si lavori sull’efficientamento, sulla lotta agli sprechi, sulle nuove tecnologie e sugli investimenti strategici.

e.3.Vigilare sui diritti da servizio universale. Poste, comunicazioni telefoniche, tv e rete dati devono essere davvero accessibili a tutti come inviolabili diritti economici. Puntare su un’alta qualità dell’informazione pubblica nella riforma della RAI e nel contratto di servizio è presupposto indispensabile per ritornare ad avere un servizio di informazione pubblica autorevole e imparziale. Puntare sul rispetto dei contratti di servizio è il presupposto per riportare ad equità il rapporto tra cittadini e grandi aziende riscoprendo il senso dei ‘servizi universali’ intesi come welfare minimo da garantire a tutti.

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