Le vittime dell’incendio alla fabbrica Ali Enterprises in Italia per chiedere giustizia

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05-12-2018

Sono passati 6 anni da quando, l'11 settembre del 2012, oltre 250 lavoratori sono morti in un incendio scoppiato alla Ali Enterprises di Karachi, in Pakistan.

I familiari delle vittime e dei sopravvissuti sono stati in Italia il 3  e il 4 dicembre insieme alle organizzazioni impegnate nella difesa dei diritti umani e dei lavoratori nella tappa conclusiva della "Week of Justice", la settimana della giustizia, partita a Ginevra il 26 novembre e proseguita alla Bochum University e al tribunale di Dortmund, in Germania; un'occasione per far conoscere in Europa lo stato dei procedimenti in corso.

"Siamo qui - ha spiegato Deborah Lucchetti, di Abiti Puliti perché abbiamo due domande ancora senza risposta: di chi era la responsabilità di quelle morti? Cosa chiedono oggi le famiglie delle vittime perché sia ottenuta piena giustizia". 


Saeeda Khatoon, il cui figlio di 18 anni, Ayan è morto nel rogo della Ali Enterprises, dove lavorava da 4 anni, ha dichiarato: "Abbiamo ricevuto un indennizzo parziale ma vogliamo giustizia anche da parte di RINA, il revisore che ha rilasciato un certificato di morte: esigiamo delle scuse e un risarcimento completo. Vi chiediamo inoltre di far sentire la vostra voce verso quei brand e quelle aziende che, invece di fare il meglio per i lavoratori, permettono che accadano queste tragedie. Ho perso un figlio e voglio che nessuna altra madre debba patire la mia stessa sofferenza. Siamo ancora qui, a lottare, perché la sicurezza sul lavoro sia un diritto e non un privilegio".


Ben Vanpeperstraete, coordinatore della Clean Clothes Campaign, ha aggiunto: "Gli incendi possono accadere ma quello alla Ali Enterprises era evitabile. La conseguenze tragiche del rogo potevano essere scongiurate con allarmi e estintori funzionanti, con uscite di sicurezza adeguate, e una scala di emergenza. RINA deve chiedere scusa alle vittime e deve risarcire i danni, ma è fondamentale che si compiano delle azioni strutturali, perché quello di Karachi non è stato un evento isolato: c'è stato il crollo del Rana Plaza a Savar, in Bangladesh, ad esempio, solo qualche mese dopo l'incendio in Pakistan. Gli auditor non rilevano problemi evidenti che mettono a rischio la vita dei lavoratori. C'è un problema sistemico: chi controlla i controllori?". 


Carolijn Terwindt del ECCHR (European Center for Costitutional and Human Rights) ha dichiarato: "C'è stata una causa a Karachi per far luce sugli enti coinvolti nella strage. Chiedevamo che il tribunale prendesse in considerazione anche le responsabilità delle aziende europee, ma il procedimento non è andato avanti. Quindi abbiamo presentato una causa civile al Tribunale di Dortmund, dove ha la sede legale la KiK, distributore tedesco per cui la Ali Enterprises produceva i jeans e che avrebbe dovuto verificare le condizioni du sicurezza del finitore. In Italia, la ECCHR sostiene la causa penale per la responsabilità della RINA, in corso a Genova, per il reato di falsificazione della certificazione rilasciata alla fabbrica. Ci siamo inoltre rivolti alla Forensic Architecture di Londra per effettuare la simulazione dell'incendio che ha distrutto la fabbrica tessile e dimostrare l'inadeguatezza delle misure di sicurezza. Il video della simulazione è stato consegnato come prova al PM di Genova, ma è visibile online da tutti. Si intitola "Outsourcing Risk", delocalizzare il rischio. 

Deborah Lucchetti ha quindi aggiunto: "Lo scopo ultimo è riuscire a fare un passo avanti e migliorare il monitoraggio delle filiere perché il controllo è stato privatizzato, mentre c'è necessità di enti pubblici che verifichino e di sindacati dei lavoratori più forti, coinvolti direttamente nei processi". 

E in nome delle richieste dei consumatori Alessandro Mostaccio del Movimento Consumatori ha concluso: "Il controllo è quanto mai necessario in filiere complesse come quelle create a seguito di decenni di delocalizzazione. È fondamentale verificare la catena dei fornitori e dei subfornitori, non per un formalismo della trasparenza e una pura azione di green washing, ma perché un consumatore consapevole ha il potere di cambiare il sistema, attraverso un consumo responsabile".

 

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