Fatturazione a 28 giorni. A che punto siamo?

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16-11-2018

Nelle scorse settimane, Tim, Windtre, Fastweb e Vodafone hanno impugnato, avanti al Tar Lazio, la delibera n. 269/18/CONS che imponeva loro di posticipare, entro il 31 dicembre 2018, la data di scadenza delle fatture relative ai servizi di telefonia fissa, per un numero di giorni pari a quelli "erosi" a partire dal giugno 2017 - quando le maggiori compagnie telefoniche ridussero a 28 giorni la consueta cadenza mensile di fatturazione e rinnovo dei servizi – sino ad aprile 2018.

Si tratta dell’ennesimo episodio della saga che vede opposti gli operatori delle tlc ai consumatori italiani, vittime dell’aumento tariffario pari all’8,6% del canone, conseguente all’emissione di 13 fatture quadri settimanali, anziché 12 mensili.

Una prassi illegittima, quella dell’anticipazione della cadenza delle fatture, perché posta in essere in totale spregio del divieto dello stesso garante con la delibera n. 121/17/CONS, non conforme ai princìpi di trasparenza e di comparabilità delle offerte e commercialmente scorretta, così come accertato dal medesimo giudice amministrativo - che già una prima volta ha respinto i ricorsi delle compagnie – e dai tribunali di Milano e Ivrea che - su ricorso di Movimento Consumatori – hanno inibito in via cautelare l’uso, l’applicazione e l’adozione di clausole e condizioni contrattuali difformi dalla regola della fatturazione mensile.

Ancora una volta, i maggiori player della telefonia nostrana non smentiscono se stessi, perdurando in un atteggiamento di "sfacciata" inosservanza delle leggi e delle sentenze che – secondo il tribunale di Milano “denota un grave elemento soggettivo di dolo” e che si è manifestato nell’anno trascorso, non solo nella mancata ottemperanza a inviti e richieste dei consumatori, del garante e dell’autorità giudiziaria a non procrastinare l’utilizzo delle vecchie clausole abusive sulla fatturazione a 28 giorni, ma anche nella stipula di un accordo di cartello fra le solite compagnie telefoniche, finalizzato ad aumentare il canone applicato ai rispettivi clienti – nonostante la riduzione del numero di fatture annue da 13 a 12, conseguente al ritorno forzato alla fatturazione mensile – nella stessa e identica misura dell’8,6%.

Non paghe di ciò - e malgrado questo patto "scellerato" sia stato censurato dall’Antitrust, la scorsa primavera, per contrarietà alle norme sulla concorrenza – alcune compagnie non solo non hanno desistito a ritoccare verso l’alto le tariffe di telefonia fissa e mobile, ma hanno cercato di camuffare agli occhi dei clienti gli effetti negativi di questo ennesimo repricing, attraverso comunicazioni opache e poco trasparenti che descrivono l’operazione come una riduzione percentuale del precedente aumento dell’8,6%, peraltro illecito in quanto frutto di un accordo anticoncorrenziale.

Lo scorso 2 novembre, il Tar Lazio ha respinto l'istanza di sospensione della delibera 269/18, richiesta in via cautelare da Vodafone, poiché “non risultano ragioni di oggettiva e insormontabile difficoltà nel provvedere agli adeguamenti imposti dall’Autorità”, rimandando tutta la discussione sul merito della legittimità o meno della delibera stessa all'udienza pubblica del 14 novembre scorso. Ancora non se ne conosce l'esito, ma se fossero respinti i ricorsi degli operatori di Tlc, Vodafone, Tim, Windtre e Fastweb dovranno adeguarsi restituendo entro la fine dell’anno quanto illegittimamente addebitato ai loro clienti.

MC nel frattempo non è rimasto a guardare e ha depositato tre ricorsi, con cui l’associazione chiede che il tribunale di Milano inibisca definitivamente a Tim, Fastweb e Windtre l’uso e l’applicazione collettiva delle clausole contrattuali che prevedevano la fatturazione a 28 giorni, eliminando così l’ostacolo giuridico che impedisce, per ora, l’accoglimento delle richieste di restituzione dei corrispettivi indebitamente fatturati agli utenti di telefonia fissa.
In caso di vittoria del Movimento Consumatori e di mancato rimborso spontaneo da parte delle compagnie, gli utenti potranno agire, singolarmente o collettivamente, per ottenere una condanna al risarcimento diretto. Analogo ricorso potrebbe essere presentato anche contro Vodafone, laddove i giudici del tribunale di Ivrea, seguendo l’esempio dei colleghi milanesi, dovessero respingere il reclamo presentato dall’operatore contro il provvedimento inibitorio cautelare.

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