Veneto Banca

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25-10-2016

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31 maggio 2016. Veneto Banca. Movimento Consumatori: si eviti Vietnam giudiziario avviando con urgenza una seria procedura di conciliazione

19 dicembre 2015. Veneto Banca. Movimento Consumatori: dalla documentazione dei singoli clienti emergono esplicite violazioni della Mifid. L'associazione presenta esposto alla Consob

18 aprile 2015. Azioni Veneto Banca: esposto di Movimento Consumatori alla procura di Roma

10 marzo 2015 Veneto Banca. MC tutela gli azionisti


Le attività del Movimento Consumatori

Il Movimento Consumatori ha depositato un esposto alla Procura della Repubblica di Roma per orientare l'attenzione della magistratura sul danno subito dagli azionisti, per seguire le indagini ed eventualmente costituirsi come associazione ed agevolare la costituzione come parti civili dei danneggiati azionisti (come ad esempio già avvenuto nei processi Fonsai, Parmalat, Cirio e MPS). Se le ipotesi di reato emerse a carico dei vertici di Veneto Banca comporteranno rinvii a giudizio degli attuali indagati, gli azionisti di Veneto Banca potranno costituirsi parte civile contestando di avere subito un triplice danno: per aver acquistato azioni ad un prezzo superiore a quello reale; per essere stati indotti ad acquistare azioni al fine di ottenere finanziamenti; per avere in portafoglio azioni che, non essendo quotate (ed essendo, quindi, dichiaratamente illiquide), sono di difficile smobilizzo. Sin da ora gli azionisti possono tuttavia controllare se la Banca nella vendita delle azioni ha rispettato quanto previsto dal Testo Unico Finanziario (d.lgs. 58/98 come modificato a seguito dell’entrata in vigore della normativa “MIFID”) e dal Reg. Consob 16190/2007, nonché in particolare da quanto previsto in materia di intermediazione di titoli illiquidi. Nell'analisi di documenti di azionisti che si sono rivolti al Movimento Consumatori sono state infatti riscontrato violazioni della Testo Unico Finanziario, in quanto sono stati consigliati investimenti inadeguati e inappropriati in titoli che non si possono smobilizzare, in alcuni casi con eccessiva concentrazione nel portafoglio e può essere contestata la responsabilità contrattuale della Banca nei confronti del cliente. Per la verifica, per informazioni e assistenza è possibile contattare l’associazione alla email sosbanche@movimentoconsumatori.it.


Veneto Banca: la storia

Nell’Italia dei comuni e del profondo legame col territorio, le banche locali hanno spesso assunto un ruolo rilevante nello sviluppo economico, sociale e politico della zona di riferimento. È anche il caso di Veneto Banca, istituto oggi a capo della decima realtà bancaria italiana - il Gruppo Veneto Banca - frutto della ben più “antica” Banca popolare di Montebelluna, cittadina in provincia di Treviso.
A ritroso nel tempo, partiamo  dal 1966 - anno in cui la Banca Popolare di Montebelluna giunge alla fusione con la Popolare di Asolo, dando vita alla Banca popolare di Asolo e Montebelluna - per arrivare, già l’anno successivo, ad una nuova fusione con la Cassa rurale ed artigiana di Ponzano Veneto e nel 1969 all’acquisizione della Cassa rurale di Borso del Grappa. Gli anni ‘70 sono per la Banca un periodo di rafforzamento, gli anni ’80 un decennio di alta innovazione tecnologica.

Tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90 si assiste ad un processo di grandi trasformazioni sociali ed economiche: con l’avvio del Mercato Unico Europeo e la ratifica degli accordi di Maastricht, la sfida per ogni banca medio-piccola è “diventare grandi o soccombere”. A tale dilemma non sfugge, ovviamente, la Popolare di Asolo e Montebelluna, che - tra il 1996 e il 1997 - inizia a lavorare ad un accordo con San Paolo, raggiunto il 4 febbraio 1997 e ratificato da entrambi i consigli di amministrazione: la bozza prevede la distribuzione dei prodotti e dei servizi dell’istituto torinese attraverso la rete della Popolare, una limitazione della presenza di San Paolo in provincia di Treviso, la cessione di talune filiali alla stessa Popolare. L’accordo salta nel giro di pochi giorni, su iniziativa di alcuni soci (troppo alto il costo dell’unione con l’istituto torinese, che porterebbe inevitabilmente ad allentare il rapporto con il territorio, tenacemente costruito in oltre centoventi anni di attività).  Il nuovo decennio vede la Popolare muoversi su tre fronti: 1) l’acquisizione di altri istituti di credito; 2) l’approccio europeo; 3) il necessario riassetto societario per meglio dirigere l’articolata e complessa attività di quello che sta diventando un vero gruppo bancario.

Il risultato di ciò è che tra il 1997 e il 2007 Veneto Banca ha più che raddoppiato il numero degli sportelli, dei dipendenti e dei soci, riuscendo quasi a triplicare il rendimento azionario. A dicembre 2010, il Gruppo Veneto Banca conta quasi 600 sportelli in rappresentanza di un’articolata rete territoriale che fa capo al Nord a Veneto Banca, al Centro alla Cassa di Risparmio di Fabriano e Cupramontana e al Sud a Banca Apulia (queste ultime due parti integranti del Gruppo da inizio 2010). Nel 2011 Veneto Banca incorpora la Compagnia Finanziaria Torinese (Cofito), ex holding di controllo della Banca Intermobiliare (BIM) e lancia un’Offerta Pubblica di Acquisto sulla totalità delle azioni dell’istituto. Nel giro di soli 10 anni Veneto Banca diviene la dodicesima banca italiana, con centinaia di sportelli sparsi in tutto il territorio, dal Veneto al Piemonte, dalle Marche alla Puglia, e ramificazioni in Albania, Croazia, Romania e Moldavia. Nel frattempo le azioni sono state di anno in anno rivalutate dall’Assemblea dei soci, come previsto dall’attuale normativa sulle banche popolari (per quanto riguarda Veneto Banca in fase di trasformazione in società per azioni), sono stati deliberati aumenti di capitale e cedute le azioni ai correntisti presso la rete delle filiali.

Il prezzo delle azioni, fissato nel 2004 a 21,25 euro, è passa nel 2005 a 25 euro (e Veneto Banca compra la Banca del Garda) e nel 2008 a 35,5 euro (e Veneto Banca, in questi tre anni, entra nella torinese Bim e in Palladio, compra banche in Moldavia e in Croazia, compra la Popolare di Intra, Carifabriano e Banca Apulia). Nel giugno 2010 il prezzo delle azioni arriva a 38,25 euro; a settembre 2011 a 40,25 euro.


L’intervento della Consob e della Banca d’Italia

Il 2013 è l’anno in cui, come detto, il prezzo delle azioni di Veneto Banca raggiunge il suo apice: 40,75 euro, a fronte dei 21,25 di nove anni prima. Quasi il doppio. Ma il 2013 è anche l’anno in cui il meccanismo messo in atto dall’istituto inizia a destare qualche sospetto. Nel mese di febbraio la Consob sanziona Veneto Banca (495.000 euro, ridotti a 307.000 dalla Corte d’Appello) per le “diffuse e reiterate condotte irregolari” nella “valutazione di adeguatezza delle operazioni disposte dalla clientela”, in particolare su azioni e obbligazioni emesse dalla stessa banca. La commissione accerta, più in particolare, “frequenti riprofilature della clientela che, in un significativo numero di casi, sono risultate strettamente funzionali a rendere adeguata un’operazione altrimenti non coerente con il profilo dell’investitore” ed “una diffusa riproposizione in regime di appropriatezza di ordini risultati inadeguati (e ciò nonostante le procedure aziendali qualifichino espressamente come “del tutto eccezionali” i casi in cui ciò può accadere), nonché numerosi casi di ordini proposti direttamente in regime di appropriatezza, nonostante l’utilizzo di un canale di contatto con la clientela (sportello o promotore finanziario) tipicamente orientato a fornire raccomandazioni personalizzate (consulenza), per le quali è richiesto l’espletamento della valutazione di adeguatezza”.  Nel 2013 partono anche due ispezioni della Banca d’Italia, che decide di approfondire la neutralità di alcuni atti della banca ed arriva a chiedere il cambio del governo societario. In questo contesto, ha luogo un fitto scambio di corrispondenza (in relazione a cui successivamente la Procura ritiene sussistere il reato di ostacolo alla vigilanza), a seguito del quale si arriva al passaggio di ruolo di Consoli da amministratore delegato a direttore generale (che, tuttavia, la stessa Procura ritiene non avere - in sostanza - modificato gli assetti di gestione della banca, giacché il ruolo di amministratore delegato non è stato affidato a nessun altro ed è quindi vacante).


Corsa contro il tempo per passare gli esami europei

Il 2014 è l’anno in cui a Veneto Banca viene chiesto uno sforzo importante in termini di rafforzamento patrimoniale, necessario per il raggiungimento dell’obiettivo del rispetto delle nuove regole sul capitale imposte dall’Europa e, in particolare, del raggiungimento della soglia minima dell’8% del coefficiente patrimoniale “coer tier 1” (indicatore molto vicino al patrimonio netto, in pratica ciò che resta quando agli attivi di una banca si sottraggono le passività), che, nel caso di Veneto Banca, è pari al 7%, a fronte di una media del 10,6% delle altre 14 banche che stanno per passare sotto la diretta vigilanza della BCE. 

Di fronte alle richieste dell’Europa, veneto Banca lancia, quindi, un aumento di capitale da 450 milioni di euro e punta a ricavare altre risorse dalla vendita del 71% di Bim (Banca Intermobiliare), che tuttavia si rivela più difficoltosa del previsto.

La debole situazione patrimoniale della banca di Montebelluna è, ancora una volta, oggetto di attenzione da parte della Banca d’Italia, che impone una serie di misure atte a rafforzare il patrimonio.

Nell’agosto del 2014 la stessa Banca d’Italia arriva ad emettere un provvedimento a carico componenti ed ex componenti del Consiglio di Amministrazione di Veneto Banca, a cui vengono contestate irregolarità di varia natura (“carenze nell’organizzazione e nei controlli interni”; “inosservanza delle disposizioni in materia di politiche e prassi di remunerazione”; “carenze nel processo del credito”; “carenze nei controlli”; “non corrette segnalazioni all’Organo di Vigilanza di posizioni anomale e previsioni di perdite”) ed inflitte pesanti sanzioni amministrative pecuniarie.

Ostacolo alla vigilanza e aggiotaggio

Il 2015 di Veneto Banca si apre - siamo a metà gennaio - con una serie di attività investigative dirette dalla Procura di Roma, cominciate sulla base di un’ispezione della Banca d’Italia da cui emerge l’ipotesi di reato di “ostacolo all’attività di vigilanza” ed in cui viene evidenziata la tendenza “a concedere finanziamenti in assenza delle prescritte tutele in materia e a scapito di una puntuale valutazione del merito creditizio, con conseguente scadimento della qualità del portafoglio prestiti, sovente normalizzato pur dinanzi a sintomi di insolvenza in capo agli affidati e, dunque, complessivamente assoggettato a svalutazioni inferiori a quelle dettate da una sana e prudenziale gestione degli impieghi, tali da far emergere in sede ispettiva maggiori perdite per 192.975.000 euro, anch’essi incidenti negativamente nella stima del patrimonio di vigilanza”.

L’esito delle indagini è illustrato nel capo di imputazione che contesta ai vertici di Veneto Banca (Presidente e Amministratore Delegato) di aver indicato nelle segnalazioni periodiche alla Banca d’Italia un patrimonio di vigilanza superiore a quello effettivo, di aver “rappresentato all’autorità di vigilanza di possedere un indice di solvibilità (N.d.R. coefficiente patrimoniale “coer tier 1”) superiore all’8%, mentre il realtà il valore era al 6,3% con ciò effettuando una rappresentazione contabile consolidata di Veneto Banca non rispondente all’effettiva capacità patrimoniale del gruppo” e di aver “diffuso una valore dell’azione Veneto Banca (N.d.R. deciso dal C.d.A. in quanto la banca non è quotata) non rispondente al vero, giudicato dalla Banca d’Italia incoerente con il contesto economico attuale”. Emerge, quindi, un’altra ipotesi di reato: aggiotaggio.

In tale difficile contesto si inserisce la decisione del Consiglio di Amministrazione di Veneto Banca di svalutare le azioni del 23%, portando il loro valore da 39.5 a 30,5 euro.  

Con un comunicato stampa del 15 settembre 2015 i vertici di Veneto Banca hanno, infine, confermato il percorso di “rafforzamento” dell’Istituto (la c.d. sua messa in sicurezza) imposto dalla Banca Centrale Europea: trasformazione in società per azioni; quotazione in Borsa; successivo aumento di capitale.   

È attualmente in corso un secondo procedimento sanzionatorio - avviato dalla Consob che ha effettuato ispezioni negli uffici di Veneto Banca a partire dallo scorso 15 gennaio - avente sempre ad oggetto il rispetto delle regole in materia di collocamento delle azioni emesse dalla medesima convenuta previste dalla MIFID.

Le indagini della Procura hanno portato nell’agosto del 2016 all’arresto dell’ex Ad Consoli.


Riassumendo: il valore delle azioni di Veneto Banca

Su proposta del Consiglio di Amministrazione, sentito il parere del collegio sindacale, l’assemblea dei soci di Veneto Banca, in sede di approvazione del bilancio, deliberava annualmente il sovrapprezzo che doveva essere versato in aggiunta al valore nominale per ciascuna azione, così determinando il valore complessivo delle proprie azioni.

Nel 2013 il prezzo delle azioni Veneto Banca, dopo una crescita esponenziale nel decennio precedente, ha raggiunto il suo apice: 40,75 euro, a fronte dei 21,25 di nove anni prima.

Nel 2014 Veneto Banca ha avviato un processo di rafforzamento patrimoniale, necessario per il raggiungimento dell’obiettivo del rispetto delle nuove regole sul capitale imposte a livello europeo, deliberando il 3 giugno 2014 un aumento di capitale da 450 milioni di euro e mettendo sul mercato una partecipazione pari al 71% di Bim (Banca Intermobiliare). 

L’operazione si è rivelata più difficoltosa del previsto.

Nell’aprile del 2015, dopo una diminuzione di valore a 39,50 euro nel 2014, il Consiglio di Amministrazione di Veneto Banca, prendendo atto delle perdite maturate, ha deciso di svalutare le azioni del 23%, portando il loro valore da 39,50 a 30,50 euro. 

 

Anno

Evento

Valore

2012

Delibera ass. soci

€ 40,25

2013

Delibera ass. soci

€ 40,75

2014

Delibera ass. soci

€ 39,50

2015

Delibera ass. soci

€ 30,50

 

 

 

 

 


Con un comunicato stampa del 15 settembre 2015 i vertici di Veneto Banca ha confermato il percorso di “rafforzamento” dell’Istituto imposto dalla Banca Centrale Europea: trasformazione in società per azioni; quotazione in Borsa; successivo aumento di capitale. 

In data 2 dicembre 2015 il Consiglio di Amministrazione ha deliberato il valore unitario di liquidazione delle azioni ordinarie che sarebbe stato corrisposto in caso di recesso degli azionisti (quelli che non avrebbero concorso all’approvazione della deliberazione di trasformazione, e quindi gli assenti, i dissenzienti o gli astenuti) in 7,30 euro.

Un secondo aumento di capitale (deliberato - dopo il primo del giugno 2013 - dall’Assemblea dei Soci del 19 dicembre 2015 insieme alla trasformazione in società per azioni in vista della futura quotazione in borsa) da offrirsi in opzione ai soci di 1 miliardo di euro è tuttavia fallito, in quanto alla chiusura del 22 giugno 2016 è andato quasi deserto, essendoci state sottoscrizioni per appena il 2,22% del totale, pari a 22,2 milioni di euro, con controvalore di azioni non sottoscritte e rimaste inoptate pari a 977,7 milioni.

Non risulta a tutt’oggi peraltro avvenuta la quotazione a Piazza Affari. Il valore attuale delle azioni - successivamente al Consiglio di Amministrazione tenutosi in data 30 maggio 2016 - è stato fissato tra € 0,10 ed € 0,50, con conseguente sostanziale azzeramento delle stesse, ai danni di oltre 87 mila soci.



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